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NOVALIA, SULLE STRADE DELLA MUSICA
Kataweb - Ugo Coccia
Nati musicalmente nella seconda metà degli anni Novanta, i Novalia tracciano con la loro carriera una parabola indicativa della situazione tipica di un gruppo rock italiano, e dell'evoluzione del gusto in questi ultimi dieci anni: avendo mosso i primi passi sotto la cattiva stella di un mercato bloccato dalla paura di rischiare delle grandi case discografiche e dall'inadeguatezza delle prime piccole " indies", sono riusciti nell'arco di un decennio a rendersi riconoscibili presso un pubblico ormai avvezzo a sonorità non più rock, abituato ad assorbire modalità di comunicazione diverse.
Dei Novalia è uscito di recente 10, "un disco dal vivo che è la summa del nostro lavoro di 'decentramento' della musica, per spostare l'obiettivo sempre più lontano da quell'universo anglosassone fin qui dominante". Quella che segue è una chiacchierata con Raffaello Simeoni e Stefano Saletti, il nucleo storico del gruppo.
Dieci anni di musica dal vivo, che effetto fanno?
Raffaello Simeoni: Ce li sentiamo addosso tutti, in senso positivo ovviamente. Ogni tanto incontro qualcuno che mi chiede se i Novalia sono lo stesso gruppo ascoltato in chissà quale rassegna rock e questo oltre a farmi piacere mi dà la misura dei cambiamenti. E poi i luoghi e le persone incontrate in questi anni hanno lasciato una traccia in noi così forte da influenzare le stesse nostre canzoni".
Stefano Saletti: Infatti, Les Enfants de Giza, una delle nostre canzoni incluse nel cd, è stata scritta proprio dopo un soggiorno in Egitto. Giza è una città dove oltre un milione di persone vive in un cimitero e la gente ha costruito le proprie case stendendo delle tende fra le tombe: aver scoperto questa realtà per noi è stato scioccante tanto quanto l'esperienza, vissuta col senno di poi, nella ex Yugoslovia, dove girammo in tournée quando ancora il conflitto doveva iniziare.
Quanto è stato determinante l'appoggio della vostra casa discografica, la CNI, in tutti questi anni? Raffaello Simeoni: E' stato un grande incontro. Ci siamo conosciuti al Premio Recanati nel '94, dove vincemmo con Rama 'e rosa, e da allora è cominciato un lavoro di squadra; questa del resto è la filosofia di base della CNI, che ci ha spinto sempre più avanti e ci ha "costretto" ad uscire dagli angusti confini dell'underground italiano...
Stefano Saletti: L'aspetto più positivo del lavoro della CNI è il loro favorire l'ingresso dell'artista in un circuito di concerti e festivals che gli permettono un rapporto costante con il pubblico. E la musica etnica, se vogliamo chiamarla così, ha bisogno di un costante confronto con la gente.
Alcuni dei vostri brani sono stati inseriti in compilations che sono state poi distribuite all'estero: come stanno andando?
Stefano Saletti: Piuttosto bene, anche perché sono state supportate in alcuni casi dalle riviste specializzate, in Inghilterra ad esempio, dove cominciamo ad avere un nostro piccolo seguito. Ma anche in Germania o in Francia, dove siamo stati a suonare negli anni scorsi.
Dove vorreste suonare un giorno?
Raffaello Simeoni: E' amaro dirlo, ma vorremmo tornare a suonare nella nostra città, Rieti, dove la giunta attuale ci impedisce di suonare da circa quattro anni. Siamo quasi riusciti a fare un concerto una sera l'anno scorso, ma alle undici di sera hanno chiamato la Polizia!
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