INTERVISTE

 

"DE ANDRE'? NOSTRO GRANDE ISPIRATORE"
Supersonic magazine - Franca Di Roma

Dalle montagne del reatino arrivano le storie e i suoni dei Novalia, formazione da 15 anni al lavoro su tradizioni, dialetti e culture. Dopo tanti anni di musica e di studi, questi archeologi dei suoni, che incidono per la CNI, hanno deciso di tirare un pò le somme e di raccontare dieci anni di concerti, dieci anni di mille terre lambite, dieci anni di notti trascorse sui palcoscenici.
Abbiamo incontrato Stefano Saletti che ci ha raccontato perchè è nato il live "10...anni in una notte".

"L'idea di un live ci ronzava in mente da parecchio tempo. Quando vai in studio i brani sono sempre molto pensati e ragionati, hanno una visione in un certo senso intellettuale, in quanto pensi più alla sonorità dello strumento che non all'impatto. Quando invece ti confronti con la gente ed esegui i brani dal vivo senti che c'è una carica diversa, c'è molta energia, molta forza. Come spieghiamo anche nel libricino che accompagna l'album, noi nei nostri concerti ci mettiamo la "tigna" e cioè la grinta. In questo album facciamo ricordare a chi ci ha visti dal vivo quali sono le atmosfere che si respirano, mentre cerchiamo di raccontare a chi non ha mai assistito a un nostro concerto cosa accade".

Voi siete un po' dei cantastorie, e le storie di cui cantate sono quelle della vostra terra...molti di questi racconti li avete riproposti anche nel live. Ce ne racconti uno in particolare?
"Sì, per esempio siamo molto affezionati a "La Banda Viola", che è un pezzo che parla di un brigante , Berardino Viola, che nell''800 era una specie di Robin Hood che rubava e si faceva pagare da tutti coloro che volevano transitare nel territorio del Cicolano; il pagamento avveniva o in merce o in denaro e Viola distribuiva quanto depredato ai poveri del luogo. Lui è un nostro personale simbolo di libertà e di anarchia".

Se mi parlate di anarchia mi fate pensare inevitabilmente a Fabrizio De Andrè...
"Certo, ma ci ispiriamo a lui per tante ragioni; abbiamo soggetti in comune, come quello di questo anarchico, ma questo perchè, come a De Andrè, anche a noi piacciono certe idee, ci piace come un territorio si difende; ma l'analogia riguarda anche l'idea di cantare della terra. De Andrè ha cantato della sua terra, o meglio, delle sue terre, e non a caso nell'ultimo album in studio, "Arkeo", abbiamo citato Creuza De Ma, per ricordare la ricerca che lui ha fatto in quel lavoro. Creuza de Ma era il suo vicolo di mare da cui ha tirato fuori cose che erano andate perdute; noi queste cose cerchiamo di tirarle fuori dai vicoli delle nostre terre, dalle nostre montagne, come nel caso dei briganti del Cicolano. Rieti è sempre stata una zona di confine, "il nord del sud" , lo Stato della Chiesa, punto di snodo e di passaggio e queste pulsioni storiche ci hanno decisamente condizionati".

De Andrè aveva una sua teoria del decentramento molto forte: secondo te quanto può essere importante del sano sentimento "locale" per mantenere in piedi le tradizioni e per mantenere in vita storie come quelle dei briganti del reatino?
"Secondo me è fondamentale, perchè c'è troppa omologazione; c'è il cosiddetto "pensiero unico", l'idea di uniformarsi... io sono stato di recente a Madrid ed ho notato che è una città sempre più uguale alle nostre ed a tante altre, mentre fino a qualche anno fa notavo grosse differenze e grandi peculiarità..stesso discorso per Parigi..Le grandi città si stanno uniformando, potresti stare in qualsiasi posto ed in qualsiasi momento. Forse è proprio in quelle sacche di differenza, di emarginazione e di difficoltà che permangono le differenze, così come nei piccoli centri..nel Reatino ci sono paesi rimasti praticamente intatti e che continuano a tramandarsi le tradizioni, anche se i figli, per esempio, degli zampognari, personaggi tipici delle nostre zone, cominciano a non voler più seguire le orme dei loro padri. Sicuramente la cultura non deve essere qualcosa di statico, però se si perdono le proprie radici, si perde il senso di apparteneza alla propria comunità...E' importante sentirsi cittadini del mondo, però non possiamo dimenticare le nostre origini, il nostro dialetto; è fondamentale per non essere omologati, per non sentirsi appiattiti sotto fenomeni mediatici".

Insomma è importante fare differenza tra un popolo e l'altro e capire le esigenze che variano anche in base alla storia e alla localizzazione geografica, giusto?
"Sì. Nella differenza si cresce..l'Italia è diventata un paese anche musicalmente più ricco proprio da quando sono arrivate persone provenienti da altri paesi...la conoscenza della differenza permette di sommare alla nostra nuove culture e, quindi, consente la creazione anche di nuove cose. Ma è giusto che ognuno mantenga la propria identità affinchè ci possa essere condivisione di culture".

Non a caso nella vostra musica ci sono storie sono italiane e reatine, come nel caso della storia del Brigante Viola, ma ci anche storie di viaggi realizzati altrove...
"Esatto, non a caso abbiamo storie come "Les Enfants de Giza", che scaturisce da un'esperienza di un concerto indimenticabile al Teatro dell'Opera de Il Cairo e dall'incontro con questi bambini di Giza che vivono all'ombra delle piramidi. Durante quel viaggio ci siamo recati anche nella Città dei Morti che è una zona in cui la gente povera ha occupato un vecchio cimitero nel quale vive e dove i bambini sono spesso molto sfruttati".

C'è un viaggio che sentite il bisogno di fare in futuro per arricchire ulteriormente i vostri suoni?
"A me piacciono molto i Balcani; è una zona dove molte etnie per secoli si sono incrociate e dove è possibile trovare mille storie, culture e strumenti..potrebbe essere il nuovo luogo da esplorare; in "Archeo" ci definivamo degli archeologi...ebbene, come archologo della musica spero di esplorare quei territori..e molti altri.."
(25-12-2000)




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