INTERVISTE

 

NOVALIA, DIECI E... LODE
Cous Cous - Tonino Merolli

Chi vive in una piccola città, solo relativamente influenzata dai ritmi frenetici e spesso inumani della metropoli, dovrebbe apparentemente essere più portato alla riflessione e interessato alla conoscenza delle proprie origini sociali e culturali. Ma, in realtà, spesso ciò non accade e una delle cause potrebbe essere ricercata nella cosiddetta "globalizzazione" che, pur avvicinando razze e popolazioni distanti anni-luce, tende forse ad appiattire un patrimonio umano e culturale autoctono che andrebbe invece valorizzato.

Fortunatamente, in alcuni casi, invece l'essere a tutti gli effetti "cittadini del mondo" può anche voler dire rivendicare un'identità culturale originale che, attraverso sonorità e linguaggi elaborati - ma sostanzialmente diretti -, possa essere conosciuta travalicando frontiere e steccati di ogni sorta.
I Novalia, scegliendo di valorizzare il dialetto sabino e le storie, più in generale, del Lazio e di Rieti (la magnifica cittadina incastonata fra le montagne dalla quale provengono), si inseriscono pienamente e con merito in questa linea di tendenza che comincia ad essere vincente, vista l'universale urgenza di "consolidati valori" che attanaglia l'intera umanità. Certo, per elaborare un idioma compiuto, anche se sempre suscettibile di miglioramenti, il percorso è stato lungo ed irto di difficoltà.

Stefano Saletti e Raffaello Simeoni, menti storiche del gruppo, sono passati da un'iniziale adesione a sonorità tendenzialmente definibili "di ricerca" ad un più accentuato interesse per i linguaggi e le musiche del mondo, con particolare attenzione per il bacino del Mediterraneo, attraverso la riscoperta di un idioma comune, quasi completamente dimenticato, al quale hanno dedicato un album (Sabir). Era il 1989, e questo lavoro segnava il culmine della collaborazione con l'etichetta toscana Materiali sonori, sempre in prima linea nella promozione di giovani e culturalmente validi talenti.

Passati alla CNI, i Novalia hanno avuto modo di approfondire il loro interesse per le tradizioni e le sonorità popolari del Lazio - e della Sabina in particolare - attraverso tre CD (Griot, 1996; Canti e briganti, 1997; Arkeo, 1999), nei quali è oltretutto possibile riconoscere i progressi compiuti nella fusione di sonorità acustiche e tecnologiche. A coronamento di questo lungo ed intenso percorso, come spesso accade a molti musicisti, anche i Novalia hanno pensato di fotografare le tappe salienti della loro storia musicale. E, vista l'anima sanguigna e popolana che li anima, lo hanno fatto cercando di catturare l'essenza umana e musicale di un'esperienza live vissuta sui palchi di tutta Italia, e non soltanto, durante l'estate 2000.
10, il nuovo CD dal vivo, ripercorre dieci anni on the road: un tipo di esperienza che sicuramente esalta la formazione reatina, spinta - sia dal calore umano ricevuto dal pubblico sia dall'essenza stessa del patrimonio sonoro popolare al quale si ispira - a performance decisamente coinvolgenti e ricche di pathos. Estremamente professionali e accurati in studio, i Novalia, con un frontman adrenalinico e accattivante nella sua simpatia come Raffaello Simeoni, sul palco sanno far fronte a qualunque evento, rendendo unico e irripetibile ogni momento delle loro esibizioni. Forse anche per questo il pubblico che li segue nei concerti avverte che dietro quel clima di festa popolare, concentrato di sudore ed energia, si nasconde una carica umana assolutamente sorprendente che, usando un termine dialettale, qualcuno, non a torto, ha definito "tigna".

Ma 10 non è soltanto la fedele riproduzione dell'atmosfera che si respira durante una performance dei Novalia; le dodici tracce racchiuse nel lavoro sono significative di un'esperienza sfaccettata e ricca di contenuti. Nell'album, infatti, ritroviamo tutti - o quasi i cavalli di battaglia della formazione reatina: dall'iniziale "Stella splendens" (Canti e briganti) fino ad arrivare a "Represion" (Arkeo), è rappresentato tutto il periodo CNI, con addirittura due inediti come "Rama 'e rosa" (primo premio al Festival della Canzone d'autore di Recanati nel '95) e "Lu figliu pazzu" (primo brano in dialetto scritto dal gruppo). Quello che, in particolare, colpisce è la grande capacità di trasformare e riuscire a rendere ancora più accattivanti melodie già pienamente convincenti nella loro prima stesura: una prerogativa che, in genere, solo i migliori album live possiedono.

Ma forse dalle parole di Stefano Saletti (mente razionale e pensante del gruppo, nonché ottimo chitarrista, creatore di suoni e compositore) e da quelle di Raffaello "the voice" Simeoni (ottimo vocalist e performer del gruppo) riusciremo a raccogliere altri elementi di riflessione sulla "storia" e sull'attuale realtà dei Novalia che, ad oggi, contano inoltre sulla collaborazione di Giovanni Lo Cascio, alla batteria (autore fra l'altro insieme ad Arnaldo Vacca di un CD "in proprio" recentemente uscito per la CNI e intitolato "Boom boom language"), Alessandro Strinati (viola braguesa e campionatori), Michele Frontino (basso) e Fabiana Manuelli ("storica" curatrice dei suoni per il gruppo).

Nei primi anni di attività della formazione l'interesse musicale era indirizzato verso le sonorità di ricerca. Cosa vi portava a questa scelta?
Stefano "Ci ha sempre interessato sperimentare nuove sonorità. Potremmo dire che è stata una costante della nostra attività musicale. Spesso siamo partiti da un suono, da un campionamento, da un loop per creare un brano. Ma all'inizio, prima di Sabir che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia, tutto suonava più rock. Poi il discorso si è spostato sulla ricerca anche molto radicale di Sabir e di alcuni brani come la suite "The Harmonic Breathe of Whales" (più tardi edita sul cd della rivista "Sonora" con il nome di "Omaggio a Tarkovskij") e Terzo Movimento".

Raffaello "Anche nelle esperienze che hanno preceduto la nascita del progetto Novalia avevo sperimentato nuove sonorità su strumenti acustici e spesso arcaici, che poi ho progressivamente inserito nella nostra musica".

Quali erano gli artisti più rappresentativi ai quali vi ispiravate?
Stefano "In quegli anni avevamo come base Firenze e come etichetta la Materiali Sonori. Suonavamo insieme a gente tipo Tuxedomoon, Diamanda Galas, Third Ear Band, Cudù, Wire, Wim Mertens, Legendary Pink Dots. Era una specie di factory ed eravamo molto assorbiti da quel clima di sperimentazione".

Come era composta la prima formazione e quali elementi sono ancora in organico?
Stefano "Il nucleo era formato da Raffaello e da me. Fabiana ha sempre curato i suoni, mentre si sono alternati diversi musicisti, tra i quali Federico Festuccia, geniale sperimentatore e pianista che con "Metodo Urbancic" e "Corteo" scrisse due pagine molto importanti nella storia dei Novalia".

Fino al primo Cd Sabir quali considererate le tappe più significative del vostro percorso?
Raffaello "Sicuramente la partecipazione ai concerti del Meeting delle etichette indipendenti che allora - parliamo della metà degli anni '80 - si teneva a Firenze e poi i vari Greetings a S. Giovanni Valdarno o i concerti per Rockin' Umbria. Ma una tappa importante per la crescita del gruppo fu Ars acustica a Cortona, un concerto interamente acustico nel quale scoprimmo una dimensione diversa per la nostra musica - che ho sempre amato molto - e che abbiamo sviluppato negli anni Novanta".

L'idea di Sabir, usare l'antico idioma che accomunava i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo, da chi e per quali motivi è scaturita? Inoltre visto che il vostro luogo d'origine non è vicino al mare in quale maniera vi sentite coinvolti da quelle antiche scelte culturali?
Raffaello "Il Sabir è per noi un concetto: l'incontro e la possibile interazione tra culture, linguaggi, sonorità differenti. In quel periodo lessi un libro di un etnoricercatore francese Marcel Griaule che raccontava di questa lingua parlata nei porti del Mediterraneo che era un miscuglio di italiano, latino, francese, spagnolo, arabo. L'idea ci affascinò e nacque il disco".

Stefano "Quanto al mare, Rieti è attraversata dalla via Salaria, l'antica via dei Romani che univa il Tirreno e l'Adriatico. Il nostro è sempre stato un territorio di passaggio e d'incontro tra culture. Era il confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno delle due Sicilie, tra Nord e Sud del Paese. Terra di briganti, ma anche di cantastorie e poeti. Questo lo ritrovi sia nei testi che nella nostra musica".

Si può affermare che l'incontro con il musicista e ricercatore Antonello Ricci abbia, almeno in parte, influenzato la vostra decisione di operare in ambito più strettamente popolare cominciando soprattutto a scrivere composizioni in dialetto (quello tipico della vostra terra). In questo ambito quale importanza riveste un brano come "Lu figliu pazzu"?
Stefano "La collaborazione con Antonello nacque all'interno della rivista Sonora, nella quale scrivevamo entrambi. Poi cominciammo a suonare insieme e lui ci propose di incidere per la Cgd "Lu figliu pazzu", in una compilation dedicata ai dialetti italiani. E' stata davvero una collaborazione importante che ha contribuito a indirizzare la nostra ricerca verso la musica popolare, soprattutto del sud d'Italia".

Raffaello "Con Antonello abbiamo fatto una lunga serie di concerti, tra cui il Festival di Recanati nel '95. Oltre che con lui, in quegli anni, abbiamo collaborato con altri musicisti importanti per il nostro percorso musicale, come il percussionista indiano Rashmi V. Bahatt. Ci ha sempre interessato confrontarci con nuovi musicisti, nuove sonorità".

In questo senso, le collaborazioni di Stefano con Paolo Modugno e quelle di Raffaello con il Micrologus in quale maniera vanno inquadrate rispetto al progetto Novalia?
Stefano "Non c'è contraddizione, anzi, ogni collaborazione ti arricchisce. Suonai nel progetto Brothers e fu interessante l'approccio. Si trattava di una lunga suite e improvvisai in studio con la chitarra "trattata" da effetti ed e-bow senza aver mai ascoltato prima il brano. Paolo tagliò e montò insieme i pezzi e il risultato fu davvero creativo. Anche lui faceva parte della formazione con la quale suonammo - e vincemmo - a Recanati. In precedenza avevo suonato con i Cudù di Paolo Lotti, uno dei più grandi e innovativi musicisti che abbia conosciuto".

Raffaello "Ogni collaborazione è una storia a sé. In questi anni ho suonato in tante situazioni differenti, con il Micrologus a Vienna, con Giovanna Marini a Parigi nella cattedrale di Saint Denis (ero la voce solista nel suo "Requiem"), con l'irlandese Kay Mc Carty. E' un bagaglio che ti porti dietro e per chi come me ama la musica a 360 gradi, è un bagaglio irrinunciabile".

Raffaello, con la tua voce di stampo tenorile, la notevole presenza scenica e le indubbie capacità strumentali, sei sicuramente un punto fermo nel gruppo. Parlami delle aspirazioni e del percorso creativo compiuto all'interno e al di fuori del progetto Novalia, degli strumenti che usi e delle ispirazioni ed eventuali studi vocali.
Raffaello "Il mio percorso musicale è abbastanza casuale. Le mie passioni sono state sempre legate all'utilizzo degli strumenti popolari e quindi ho preferito gruppi - non solo nella musica tradizionale - che ricercavano nuove sonorità con strumenti arcaici. Dai Jethro Tull nel rock per arrivare a Jan Garbarek nel jazz, a Stephan Micus per la world music. Gli strumenti che utilizzo provengono da diverse culture, partendo sempre però da quelle del Centro Italia, quindi la ciaramella, l'organetto e la zampogna. Però sono stato sempre attirato dagli strumenti della tradizione mediorientale, per esempio l'oud, il saz, la zummara (clarinetto doppio arabo ndr), da quelli sudamericani come la quena, il quatro, e da quelli della tradizione celtica tipo il low wistle e le cornamuse, strumenti che ho inserito nella nostra musica. Spesso mi piace cambiare e trovarne di nuovi per scoprire sonorità particolari e spunti creativi. Quanto agli studi vocali, ho sempre ascoltato tanta musica e cantato… a squarciagola. Come mi disse una volta Giovanna Marini, sono un tenore naturale e spero che la naturalità di questa mia voce - qualcuno dice una voce anarchica - rimanga inalterata nel tempo".

Stefano, l'ingresso di Giovanni Lo Cascio alle percussioni e il nuovo rapporto con la Cni dopo quello con la Materiali Sonori segnano una svolta per il gruppo e anche un nuovo indirizzo per il tuo futuro da musicista (dopo la batteria, la chitarra elettrica e i campionamenti). Inoltre vincete il premio Recanati con "Rama e rosa" ed esce il primo cd per la Cni, "Griot". Puoi parlarci di tutti questi avvenimenti?
Stefano "Siamo nel '93. Uscivamo dall'esperienza con la Maso - con un disco praticamente finito e mai pubblicato - e quindi avevamo voglia di dare una svolta. Siamo ripartiti da zero. Abbiamo fatto una serie di concerti in due con campionatori e drum machine. In quel periodo sono passato agli strumenti a corde (che suonavo e amavo da sempre) tipo bouzuki, saz, liuto e l'elettrica, e due anni dopo è entrato nella formazione, con il suo set di percussioni e batteria davvero particolare, Giovanni Lo Cascio. Partecipammo a Recanati con due brani (che erano rimasti nel cassetto della Maso) e - come ti abbiamo detto - vincemmo. Ad ascoltarci c'era Paolo Dossena della Compagnia Nuove Indye che la sera stessa del concerto ci propose di entrare nell'etichetta. Ci piacque subito l'idea che stava dietro il progetto Cni. Un mese dopo - giugno '95 - firmammo. Pochi mesi dopo sono entrati nella formazione Alessandro Strinati ai campionamenti e viola braguesa e Michele Frontino al basso".

Con "Canti e briganti" il percorso alla riscoperta delle vostre radici culturali raggiunge il suo apice. Il cd raccoglie numerosi consensi e vede la partecipazione di ospiti importanti. Vorrei che mi parlaste di questo e dell'intensificazione delle esibizioni live e di ciò che esse rappresentano per voi.
Raffaello "E' un lavoro importante, soprattutto perché attinge in maniera intensa alle storie e alle sonorità della nostra tradizione popolare. Dentro ci sono i cantastorie, i briganti, le lotte dei contadini, le leggende tramandate da generazione in generazione. I brani di quel cd sono ancora l'ossatura dei nostri concerti perché hanno - soprattutto dal vivo - un impatto notevole, da "Stella Splendens" a "Zighela", da "La Banda Viola" a "Canti e briganti". Quella live è la dimensione che preferisco: la tensione, l'emozione, la forza che ti dà il pubblico non l'otterrai mai in studio".

Stefano "Nel disco suonarono musicisti importanti quali Alexander Balanescu, magico violino del Balanescu Quartet e in precedenza della formazione di Michael Nyman, e il gruppo egiziano Kahwa. Con Balanescu ci conoscevamo da tanti anni, in un rapporto di grande amicizia. Era a Roma per dei concerti. Gli chiedemmo di suonare nel nostro nuovo cd. Venne in studio, mettemmo su la base di "Kairouan" - mancava ancora la parte vocale - e cominciò a improvvisare. Fu fantastico. Fece diversi take. Ricordo, durante il missaggio, le difficoltà per scegliere quello definitivo (erano tutti molto belli) e soprattutto per "tagliare" la sua parte per adattarla alla struttura del brano. Prima o poi faremo un remix…".

Il 1998 vede una serie di concerti all'estero che vi porteranno addirittura in Egitto al Teatro dell'Opera del Cairo. Cosa rappresentano questi avvenimenti per i Novalia?
Raffaello "Un momento importante. Abbiamo suonato in Grecia al Gaia Festival, un incontro internazionale di World music nel quale rappresentavamo l'Italia, accanto a Cesaria Evora, Manu Di Bango, Kocani Orkestar, Jah Wobble e altre situazioni. La nostra "Ebla" era uscita da poco in una compilation dedicata al Mediterraneo: bè, lì al concerto la cantavano in diecimila in coro sotto una pioggia pazzesca. Dovemmo smettere di suonare per quanta acqua veniva giù, ma resta un ricordo stupendo. Un mese dopo ci hanno richiamato per una serie di concerti a Salonicco".

Stefano "La nostra musica è sempre stata molto apprezzata all'estero, forse proprio perché così ancorata alle radici musicali italiane e mediterranee. Nella nostra carriera abbiamo suonato - oltre alla Grecia e l'Egitto - in Svezia, nella ex Jugoslavia, in Francia, quest'anno in Germania. Certo, quella al Cairo è stata un'esperienza unica. Con noi, al Teatro dell'Opera, c'erano i Ganoub una formazione egiziana molto interessante. Abbiamo fatto una serie di prove e debuttato insieme di fronte a un pubblico che ci sembrava molto esigente. E' finita invece che ballavano sulle sedie e non ci lasciavano andar via. I Ganoub si sono adattati subito alle nostre sonorità e l'inserimento di oud, violino, fisarmonica, percussioni varie nel nostro organico ha creato una tensione molto particolare. Sarebbe interessante pensare ad un progetto musicale insieme…".

Arkeo è l'ultima realizzazione in studio dei Novalia: si può affermare che, per scelta di linguaggi e strategie sonore, rappresenti pienamente il passato ed il presente dei Novalia.
Stefano "Credo che "Arkeo" rappresenti il nostro disco più maturo. E' il frutto di un lavoro di ricerca che, partendo sempre dalle nostre radici, si allarga in ogni direzione e scava nel tempo per recuperare antiche melodie, frammenti musicali dimenticati da riportati alla luce. Nelle note di copertina ci definiamo archeologi della musica: è una dimensione che amiamo molto. In tanti l'hanno giudicato un disco difficile, e forse lo è. Ma per noi era importante farlo: alla cultura dell'usa e getta, del motivetto facile facile che si consuma nello spazio di tre settimane, volevamo contrapporre un qualcosa pensato per restare nel tempo. E' un lavoro che va ascoltato molte volte per afferrarne tutte le sfumature. Può esser un limite, è vero, ma secondo me è il suo aspetto più affascinante".

Voi avete portato avanti anche un progetto di valorizzazione del territorio reatino con la manifestazione Ars acustica. Volete parlarci di questa esperienza?
Raffaello "Alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta con l'aiuto del Comune di Rieti organizzammo una serie di concerti. Ne ricordo uno straordinario di Jan Garbarek di cui ancora si parla e poi Daniell Schell virtuoso del Chapman Stick Bass, che continuò a suonare malgrado una pioggia torrenziale. E ancora Wim Mertens, Third Ear Band, Steven Brown e Blaine Reininger, John Renbourn che fregava bottiglie di vino in tutti i bar della città. Un'esperienza bellissima che purtroppo con la svolta politica a destra della città nel '94 non abbiamo potuto più continuare a fare. Un paio di anni fa, con il contributo di un progetto regionale e l'aiuto della Provincia di Rieti, abbiamo ridato vita a questa manifestazione. La rassegna è legata alla musica tradizionale: come nel lavoro dei Novalia si parte dal nostro territorio per incontrare il mondo".

Alla luce della vostra esperienza con quali esponenti della moderna world music pensate di sentirvi maggiormente in sintonia e quali apprezzate di più anche se operano in ambito diverso dal vostro?
Raffaello "Ho sempre ascoltato tanta musica e fortunatamente c'è sempre un'evoluzione, nuovi musicisti che si scoprono, artisti che come te stanno percorrendo una ricerca dall'altra parte del mondo e che spesso in Italia non arrivano. Tra questi, Carlos Nunez, Nikola Parov, Ross Daly, Davy Spillane, Hedningarna, Micus, Lena Willemark, Daniele Sepe, sempre Garbarek e sempre Gabriel che alle volte abbandono, ma che poi riscopro con grande intimità e complicità".

Stefano "Su questi nomi sono completamente d'accordo. Mi piace anche chi contamina l'etnico con l'elettronica, il jazz, la sperimentazione. Penso al lavoro di Michael Brook con il grandissimo Nusrat Fateh Ali Khan o con Djivan Gasparian, a Sylvian, ai Transglobal Underground, agli Afro Celt Sound System, ai Dead Can Dance. In Italia, certamente Fabrizio De Andrè ha rappresentato per noi un punto di riferimento costante. Uscendo dal mondo world, Massive Attack da un verso e Radiohead dall'altro mi intrigano molto. "Kid A" lo trovo un lavoro stupendo. Eppoi da sempre i Pink Floyd".

Al di fuori della musica etnica a chi vanno lo vostre preferenze? Ed in campo letterario, oltre alle passioni personali, ci sono degli autori di riferimento che possono aver influenzato i vostri testi?
Raffaello "Quando compongo una musica o quando scrivo un testo penso sempre a quello che mi avvolge in quel momento, alla musica che ascolto in quei giorni, al libro che leggo, al film che ho visto e agli incontri che faccio. Penso alle parole che qualcuno mi ha detto e che mi sono rimaste addosso. Poi ci sono come per tutti gli amori di sempre, Marquez con i suoi intrighi sudamericani, Goncarov con gli straordinari polpettoni sulla Russia, Nuto Revelli e le sue storie contadine, la fantapolitica di Benni e i ricordi in parte vissuti di Tondelli".

Stefano "E' sempre difficile rintracciare dei modelli. Di getto posso dire, nel cinema tra i classici, Tarkovskij, Kubrick, Resnais, Truffaut, Antonioni, Fellini, Kieslowski e tra i contemporanei Moretti, Loach, Wenders, Kiarostami. Nella letteratura Dostoevskij e i russi dell'Ottocento, oggi Pennac, Kureishi, Benni… Di recente ho letto due libri che mi hanno emozionato: il ricordo del grande Victor Jara fatto dalla moglie Joan e il libro di Italo Moretti "In Sudamerica" che racconta quegli anni di terrore e di massacri durante i golpe in Cile e in Argentina".

"10" è il nuovo cd dal vivo. Pensate che rappresenti pianamente l'atmosfera che si respira nelle vostre esibizioni live?
Stefano "Sì, rende molto la forza del concerto. Siamo molto soddisfatti di come sia venuto. Era tanto che volevamo fissare in un live i nuovi arrangiamenti di alcuni brani, penso ad "Amans amantis", "Canti e briganti", "Stella splendens" che dal vivo hanno maggiore intensità espressiva. La caratteristica di "10", oltre a recuperare vecchi brani come "Rama e rosa" o "Lu figliu pazzu", è proprio quella della riscrittura dei brani in una chiave spesso molto diversa della versione originale. Sta avendo un forte riscontro anche per questo motivo".

Raffaello "Riuscire a descrivere la sensazione di un concerto è sempre una cosa complicata, ci vorrebbero le immagini, gli odori, il pathos che si crea tra i musicisti e il pubblico. "10" è un po' di tutto questo, un affresco sonoro dipinto da Hyeronimus Bosch nell'anno 2000".

Preferite la dimensione live o quella in studio?
Stefano "Sono due aspetti differenti. Amo stare in studio, giocare con i suoni, sperimentare nuove soluzioni. E alla fine anche lo stress del missaggio lo trovo vitale. Ma il concerto è un'altra cosa: quella è la vita, lo studio ne è una rappresentazione, è fiction. Dal vivo bisogna saper suonare. Non mi piacciano quei concerti in cui tutto è pianificato, campionato, bloccato su binari rigidi. Purtroppo sta diventando una regola. Noi invece non facciamo mai un concerto uguale ad un altro, lasciamo grandi spazi all'improvvisazione, seguendo il feeling che si crea con la gente. Dilatiamo delle parti, prolunghiamo dei soli, tagliamo o allunghiamo delle introduzioni in base a quello che sentiamo in quel momento. Per farlo occorre una grande concentrazione sul palco e una grande capacità di improvvisazione. Sono, insieme alla tigna, le nostre qualità migliori. Con Raffaello, e poi con gli altri, basta un'occhiata per capire dove portare la nostra musica. E ci diverte da matti farlo. Il finale di Zighela, ad esempio, è sempre aperto e spesso con il riff di chitarra o del flauto facciamo una "chiamata" e ripartiamo. Finché la gente non la smette di ballare…".

Qualche curiosità sul concerto dalla Sala Nervi del Vaticano in diretta su Rai Uno e sull'incisione di una nuova versione di Aqualung (uno dei brani da me preferito in assoluto) per la compilation "Songs for Jehtro".
Raffaello "Suonare alla Sala Nervi per il Giubileo della Terra in presenza del Papa è stata una grande soddisfazione e addirittura avere un'orchestra con grandissimi musicisti alle spalle che suona i tuoi pezzi è stato ancora più emozionante. Quanto ai Jethro Tull ho tutti i loro dischi da quando ero bambino, ma non ero mai riuscito a vederli in concerto per vari problemi. Due anni fa ho saputo che tornavano in Italia per una tournée e sono partito da solo in treno per andare a Napoli dove suonavano: una folgorazione, ancora un'energia spaventosa, Jan Anderson copre con una bandana la testa ormai non più leonina di una volta, ma suona il flauto meglio di prima e usa anche il bansuri (flauto indiano). Ho seguito anche gli altri concerti, l'ultimo a Roma dove ho rincontrato due vecchi amici Sergio Salaorni, il nostro primo produttore e Ernesto De Pascale esperto giornalista musicale. Mi raccontano che hanno appena intervistato Jan e spiegano l'idea di "Songs for Jetrho". Propongono subito di riarrangiare un pezzo con Novalia. Nessuno aveva scelto "Aqualung" perché metteva timore dato che era troppo rappresentativo. Abbiamo raccolto la sfida e, a detta di tutti, è riuscita".




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